La Vita Nel Monastero

Spiritualità​

In quanto Benedettine dell’adorazione perpetua del Santissimo Sacramento ci sentiamo interpellate a vivere in primo piano la nostra vocazione battesimale e monastica, a focalizzare sempre più la nostra attenzione sul Mistero eucaristico al quale abbiamo votato tutta la nostra vita. Anche noi siamo in cammino e la risposta alla specifica chiamata che abbiamo abbracciata, si alimenta incessantemente ai piedi del Tabernacolo. È Cristo che ci fortifica nel cammino intrapreso, è in Lui che trova significato tutto quello che facciamo, è con Lui che ci offriamo per condividere nell’adorazione i bisogni, le fragilità, le incertezze, il peccato nostro e di tutti gli uomini. Facciamo nostri e portiamo davanti alla Maestà divina gli echi di gioia e di sofferenza del mondo, come il nardo profumato che, versato ai piedi di Gesù, si espande per tutta la casa. Siamo Benedettine per vocazione, adoratrici per missione. Non isolate dal mondo, ma raccolte in preghiera per essere nel mondo.

Il nostro Istituto è nato a Parigi nel 1653 grazie alla risposta di madre Mectilde de Bar (1614-1698), una benedettina che ha innestato, nell’antica e gloriosa tradizione monastica, il carisma dell’adorazione vissuto nella dimensione della riparazione. Pienamente figlia del suo tempo, ella assorbe e vive in modo autentico la spiritualità francese del secolo d’oro e riesce a mantenere coerente la sua posizione pur fra le numerose insidie ideologiche che provenivano dal mondo protestante. Formata alla scuola della Sacra Scrittura e della Regola di san Benedetto – fertile campo per una vita di adorazione e di serena ricerca di Dio – ella ha saputo fondere sapientemente la saggezza dei Padri della Chiesa con quella  di grandi mistici, da Giovanni della Croce a Bernières e Pierre de Bèrulle.

Catherine de Bar ha vissuto in pieno la crisi del suo tempo, sperimentando personalmente i disagi e le sofferenze della guerra dei Trent’anni e assistendo alle controversie tra cattolici e protestanti. Ma, da questo suo tempo, ella ha saputo trarre incentivi per una vocazione che è diventata lo scopo e la forza di tutta la sua esistenza. La sua opera è nata dalle vicende di cui ella stessa è stata testimone diretta, prima fra tutte l’onda devastatrice degli eserciti mercenari che, alla violenza e al saccheggio, aggiungevano la sistematica profanazione delle chiese. Da qui il desiderio di un Istituto che garantisse giorno e notte l’adorazione del SS. Sacramento in spirito di riparazione. Erede di una tradizione cristiana sana e non contaminata dalla corruzione dilagante in quegli anni, anche in ambienti ecclesiastici, ella ha saputo armonizzare le spinte riformistiche con la ricerca di autenticità e coerenza fino all’estremo.

Madre Mectilde de Bar, ancora poco conosciuta in Italia, ma annoverata tra le figure più significative della spiritualità francese del secolo d’oro, ha scritto numerosissime conferenze e lettere raccolte in volumi postumi che, se letti tenendo sempre presente il contesto storico e culturale in cui sono nati, si rivelano di grande attualità e interesse non soltanto nell’ambito della vita religiosa. Anche se risentono di un certo gusto barocco e della sensibilità rigorista di quell’epoca, essi gettano una luce particolare sull’esperienza mistica di questa donna che, già nel Seicento, ha avuto intuizioni all’avanguardia e che riflettono una visione moderna e intelligente della spiritualità pratica e dottrinale. Le sue pagine, ricche di spiritualità biblica e patristica, rievocano una grande passione per Dio e per i sentimenti umani; vi si trova tanta psicologia, una capacità di discernimento che nasce dalla grande e profonda coerenza di tutta la sua vita di cristiana e di religiosa. Ma è soprattutto la sua vita stessa a proporsi come significativa testimonianza di un cristianesimo vissuto in modo radicale e fecondo, tanto che di lei possiamo dire ciò che san Gregorio Magno dice di san Benedetto: «Non diede nessun insegnamento, senza prima averlo realizzato nella sua vita». (Gregorio Magno, Dialoghi, Libro II, Roma, Città Nuova, 1995, 102).

La Regola di San Benedetto (480-547), nella sua armoniosa ed equilibrata conciliazione di preghiera, lavoro, vita comunitaria, favorisce pienamente il carisma mectildiano partendo proprio dalla lapidaria ammonizione del Padre del monachesimo occidentale: «Nulla assolutamente anteporre all’amore di Cristo» (RB cap. IV). La prospettiva fortemente cristocentrica della nostra spiritualità diventa il perno attorno a cui ruotano tutta la nostra giornata e il nostro cammino di ascesi e di orazione. Il nostro modello è vivo, è sempre in mezzo a noi, abita nella nostra casa, è Gesù nel Santissimo Sacramento. Scrive la nostra Madre Fondatrice: «Il Santissimo Sacramento per noi è tutto […] Quale obbligo di riconoscenza abbiamo verso quest’amore ineffabile, che ha trovato un’invenzione così divina per far abitare il paradiso sulla terra e racchiuderlo in un tabernacolo! […] Mi pare che non abbiamo più bisogno di libri né di scienza: tutto è contenuto nel pane eucaristico» (C. M. de Bar, Non date tregua a Dio, Milano 1978, Jaca Book, p. 81).

La spiritualità delle Benedettine dell’adorazione perpetua del SS. Sacramento è caratterizzata dalla centralità del mistero pasquale che trova, nell’Eucaristia, l’apice della vita ecclesiale e di ogni singolo credente, e la monaca, donna e cristiana, si inserisce, con la propria consacrazione, all’interno del mistero salvifico dell’Agnello immolato per la redenzione del mondo. La benedettina del Santissimo Sacramento si pone alla sequela del Cristo che per amore degli uomini ha accettato l’umiliazione di un annientamento totale fino alla morte. Unirsi in qualità vicaria al sacrificio espiatorio del Cristo è un modo di vivere il comando della carità e della comunione con tutti, specialmente con i più deboli e i peccatori, in una solidarietà che ci unisce nella comune condizione di fragilità ma che ci fa essere fratelli e sorelle gli uni per gli altri. Vicine nel dolore, nella sofferenza derivante dal peccato, ma certe della grandezza del  perdono del Signore e capaci di sostenere il peso di coloro che, per ignoranza o debolezza, offendono il suo Cuore misericordioso. Dio è Padre e ha per ciascuno dei suoi figli una tenerezza e una pietà più grandi di qualunque possibile offesa.

Madre Mectilde de Bar, nella sua lunga avventura terrena, senza mai perdere l’ottimismo, ha affrontato con coraggio le inevitabili difficoltà fiduciosa nella Divina Provvidenza e sicura della protezione materna della Vergine Maria considerata Abbadessa dell’Istituto mentre la superiora, chiamata priora, la rappresenta all’interno della comunità. Cristologia e mariologia costituiscono gli aspetti più salienti della spiritualità di Mectilde de Bar e delle Benedettine del Santissimo Sacramento di cui sono chiamate figlie. Sono come due braccia allargate per racchiudere l’umanità e la vita di ogni giorno, nelle circostanze più varie e nei momenti decisivi: qui si saldano i grandi valori cristiani dell’obbedienza e dell’umiltà, strumenti necessari per una vita interiore solida e profonda.

La celebrazione della Santa Messa e dell’Opus Dei, insieme ai momenti di adorazione personale e comunitaria, sono gli appuntamenti attorno a cui ruota la giornata religiosa di noi monache. Dall’Eucaristia tutto ha origine: la dinamica delle nostre relazioni, l’integrazione serena del nostro essere, la normale attività di gestione del monastero, il prendersi cura degli ambienti, delle cose, l’accoglienza di quanti bussano alla nostra porta, il discreto ma fecondo servizio della preghiera. L’ordine, la pacatezza monastica, il silenzio diventano espressione della preziosità del dono dello Spirito Santo che ci abilita a vivere alla presenza del Signore, custodite dal suo sguardo di tenerezza. La salmodia, l’approccio quotidiano con la Parola di Dio nella lectio divina, il lavoro manuale e intellettuale, tutto diventa espressione di quella ricerca dell’Assoluto che, da secoli, ha caratterizzato la vita dei monaci. Nell’Eucaristia tutto questo diventa unione al sacrificio redentore del Cristo.

La nostra preghiera, carica delle attese e dei problemi del mondo, è la risposta ad un preciso impegno di rinuncia a se stessi per divenire capienza di Dio a favore dei fratelli. La Regola di San Benedetto e le Dichiarazioni proprie del nostro Istituto ci suggeriscono una modalità contemplativa e attiva di vivere il nostro battesimo, di cui la consacrazione monastica è una ratifica, e di alimentare l’olio della nostra lampada come segno escatologico della presenza eucaristica di salvezza. La nostra adorazione è perpetua, ininterrotta giorno e notte, ma è soprattutto, come più volte ribadisce Madre Mectilde, tutta la nostra vita che deve essere adorazione, perché quello che siamo e che facciamo, anche al di fuori del tempo specificamente eucaristico, diventa, se unito al sacrificio di Cristo, adorazione fattiva. La carità diventa allora la verifica della validità della nostra vita eucaristica, il segno visibile, il lumicino rosso che addita a tutti la presenza del Santissimo.

Ecco perché, pur lontana nei secoli, madre Mectilde de Bar ci è tanto vicina nella fede col suo messaggio quanto mai attuale e significativo in tempi, i nostri, non certo meno travagliati dei suoi. Un forte senso della vita intesa come dono, una profonda capacità di sincera introspezione, doti non comuni di guida e organizzazione, una lettura chiara della realtà senza sentimentalismi eccessivi, un amore appassionato, equilibrato e concreto, a Dio e al prossimo, fanno di Mectilde un modello vivo anche per i nostri giorni. Il motto “adorare aderire” ricavato dalle sue riflessioni è un programma anche per i laici e per quanti sono alla ricerca di risposte eterne al mistero della vita.

Madre Mectilde de Bar ha lasciato una preziosa eredità spirituale oggi più che mai attuale, emanando un fascino che, nonostante i trecentocinquanta anni, è sempre giovane e fresco. Il suo messaggio si pone come valida testimonianza di quella vita consacrata che è pienezza di fedeltà nel cammino di santità. Le comunità Benedettine dell’adorazione perpetua, infatti, esistono nella Chiesa come segno di un amore incondizionato al Signore che, ogni attimo, è presente in tutti i tabernacoli del mondo. Madre Mectilde continua a vivere nelle sue figlie e nei vari monasteri, veri fari luminosi di vita eucaristica e modelli di una spiritualità pasquale e di una contemplazione che attinge dall’Ostia la fecondità del servizio e della comunione con ogni fratello, tenendo sempre sotto gli occhi e dentro il cuore la planimetria del mondo per “globalizzarlo” continuamente in una preghiera che si fa vicinanza con i problemi e le aspirazioni di tutti.

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Clausura

Da più parti ci giunge spesso l’invito a chiarire le modalità tipiche della nostra clausura dal momento che, e capita spesso, c’è tanta confusione a riguardo. È la mancanza di corrette informazioni a generare spesso luoghi comuni scontati e non sempre vicini all’effettiva situazione che si vive all’interno dei nostri monasteri; basta definire i punti fermi e dare qualche spiegazione più precisa perché la gente rimanga soddisfatta non tanto nella propria curiosità, quanto nell’interesse, quasi sempre benevolo, verso questo affascinante, ma non certo misterioso o “impenetrabile”,  mondo della clausura!

Il canone n. 5597 del Codice di diritto canonico (1983) così recita: «In ogni casa si osservi la clausura adeguata all’indole e alla missione dell’istituto, secondo le determinazioni del diritto proprio, facendo in modo che ci sia sempre una parte della casa riservata esclusivamente ai religiosi. Nei monasteri di vita contemplativa si dovrà osservare una più rigorosa disciplina della clausura. I monasteri di monache interamente dedite alla vita contemplativa devono osservare la clausura papale, cioè conforme alle norme date dalla Sede Apostolica. Tutti gli altri monasteri di monache osservino la clausura adatta all’indole propria e definita dalle costituzioni». Ed è in questo secondo aspetto che si inserisce la nostra clausura monastica, che è diversa da quella delle clarisse e delle carmelitane o di altri ordini prettamente contemplativi. La nostra è una clausura costituzionale, regolata appunto dalle nostre costituzioni.

Nell’immaginario popolare “clarissa” è sinonimo di “clausura” (forse per le assonanze presenti nei due termini), tant’è che spesso ci chiamano le clarisse di San Benedetto. Con il dovuto rispetto, stima e affetto che nutriamo verso queste care consorelle, è giusto rivendicare la nostra propria identità, così come loro o le altre debbono fare della propria, non per spirito di parte, siamo tutte spose di Cristo e figlie della Chiesa, ma per dare concretezza ed efficacia al carisma che è proprio di ciascun ordine o congregazione.

Come figlie di San Benedetto seguiamo la sua Regola, dando uno spiccato orientamento contemplativo alla nostra vita quotidiana di preghiera e lavoro. Come monache siamo chiamate a farci voce orante della Chiesa, abbracciando il mondo intero nella nostra adorazione per custodire nel Tabernacolo i palpiti e le attese dell’umanità. Madre Mectilde de Bar, una benedettina che nel 1653 ha innestato nel tronco secolare della tradizione monastica il carisma dell’adorazione perpetua, ha voluto che noi agissimo da figlie del SS. Sacramento, quali prolungamento del dono eucaristico di Gesù nella dimensione di quella carità oblativa che si fa dono e servizio anche per quei fratelli e sorelle che non conosciamo, ma che possiamo raggiungere con la nostra preghiera. Ecco che la nostra clausura diviene l’oasi spirituale alla quale attingere quello spazio prezioso di intimità con Dio per poi condividere, con chi ci incontra, la serenità e la carica interiore che vengono dalla preghiera. La nostra clausura, abbiamo detto, è costituzionale; essa differisce nell’organizzazione delle nostre relazioni con il mondo esterno da quella papale. Al n. 16 del Decreto conciliare Perfectae caritatis sul rinnovamento della vita religiosa (1965) si legge: «Le altre monache invece, che per la loro regola si dedicano alle opere esterne di apostolato, siano esenti dalla clausura papale, in modo da essere in grado di attendere meglio ai loro impegni di apostolato; rimanga in vigore tuttavia la clausura a norma delle loro costituzioni». La nostra è una clausura funzionale al primato di Cristo che si concretizza nell’accoglienza dell’altro, così come vuole San Benedetto, per cui si presta ad una maggiore apertura, anche logistica, verso l’esterno. Di qui, ad esempio, il maggiore contatto con i fedeli in chiesa in occasione delle celebrazioni liturgiche o l’uso meno frequente della grata che, invece, è d’obbligo nei monasteri sotto clausura papale. Questo, però, non vuol dire che la nostra sia una mezzaclausura, come la definiscono alcuni, una sorta di via di mezzo, quasi un compromesso. No, è semplicemente un’altra concezione della clausura; è legata ad essa un’altra sfaccettatura del carisma contemplativo e, come tale, si pone in complementarietà con gli altri tipi di clausura ugualmente a servizio della Chiesa in quella  missione orante  alla quale siamo tutte consacrate.

La stabilità monastica fa sì che non usciamo dal monastero, non andiamo fuori, ma è il mondo esterno che viene da noi per trovare quella pace che fuori non trova. A nostra volta noi possiamo donarla solo perché l’abbiamo ricevuta. Per farci capire dai giovani, possiamo paragonare la nostra clausura come il momento in cui si mette in ricarica il telefonino: se non c’è il tempo e lo spazio per l’accumulo di “energia” la comunicazione si interrompe! Ecco che la clausura diviene più uno stato permanente di essere prima ancora che un luogo preciso e circoscritto, che ci vuole pure e che rende possibile e favorisce questo “chiudersi” al frenetico impazzare del mondo per aprirsi alla totalità di Dio che, alimentando la nostra pace, ci apre al dono di noi stesse agli altri. Tra di noi, poi, vi sono alcune monache, chiamate oblate, che per motivi familiari o altro, hanno emessi i loro voti senza il vincolo della clausura. Oblate vuol dire “donate” e, di fatti, esse sono totalmente date alla comunità in quanto, potendo uscire, sbrigano le faccende esterne del monastero quali la spesa e le altre mansioni relative alla gestione del monastero. Le monache vincolate dalla clausura, secondo le disposizioni delle nostre costituzioni, possono uscire per motivi particolari, quali ad esempio le visite mediche. Si possono anche frequentare corsi di studi inerenti la vita religiosa e, comunque, sempre in funzione alle attività di accoglienza del monastero per poter dare risposte più qualificate alle tante domande e richieste che ci vengono da gruppi ecclesiali o singoli fedeli.

La clausura è come una finestra aperta sul mondo, attuazione di una vocazione feconda che, lungi dal mortificare la libertà, la creatività, la femminilità della monaca, ne potenzia la ricchezza umana e spirituale, anche a partire dalle proprie fragilità e debolezze. E se tante persone, quasi commiserandoci, pensano a noi come a delle recluse, è anche vero che noi, guardando l’affannarsi a volte esagerato della gente, siamo portate a pensare che i veri “reclusi” sono tutti quelli che credendosi liberi di poter fare quello che vogliono, sono invece “chiusi” in se stessi, irretiti da una vita apparentemente piena all’esterno, ma tristemente vuota dentro. La clausura, intesa come spazio dell’anima, aiuta la monaca a dare il giusto valore all’esistenza e alle cose: dal nostro piccolo ma infinito spazio del monastero impariamo a guardare, nel lembo di cielo che una finestra ci lascia intravedere, l’intero Cielo! Questo non ci esonera da uno stile di vita segnato dal lavoro e dalla fatica. Molti pensano che in monastero ci si annoi. Tutt’altro! Charles Peguy definiva il lavorio all’interno dei monasteri come quello di un alveare, ed è proprio questo equilibrio tra contemplazione ed azione che sta alla base del ritmo stesso della nostra vita di donne e di consacrate. San Benedetto ci tiene molto che i monaci siano impegnati nel lavoro manuale e intellettuale. Non sarebbero altrimenti né monaci né tanto meno uomini.   

Come monache ci sentiamo parte viva e vitale dell’unica famiglia, sorelle in cammino nella realizzazione del progetto che Dio ha affidato a ciascuna di noi, compagne di viaggio insieme a tutti i fratelli e sorelle del mondo nella difficile ma meravigliosa avventura della vita illuminata dalla fede.

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La nostra giornata

La nostra vita è scandita dal suono della campana, quale voce di Dio che chiama alla preghiera, al lavoro, agli incontri di formazione… La campana che ritma gli orari della giornata monastica, ci ricorda il nostro voto di obbedienza: Dio è al di sopra di tutto, Egli è l’assoluto, il padrone del nostro tempo. Il primo tocco della campana è alle 5,00 di mattina, ora in cui ci alziamo. Alle 5,25 inizia l’Ufficio delle letture in coro seguito, dopo un breve intervallo, dalle Lodi. I salmi vengono sempre cantati, il più delle volte mantenendo la bella e gloriosa tradizione del Gregoriano. 

  • Dalla Regola di San Benedetto: «Sappiamo per fede che Dio è presente dappertutto e che gli occhi del Signore guardano in ogni luogo i buoni e i cattivi; ma dobbiamo credere senza alcun dubbio che ciò avviene specialmente quando partecipiamo all’Opera di Dio» (capitolo 19°).

L’Eucaristia è il centro della nostra esistenza e della testimonianza che siamo chiamate a dare al mondo e alla Chiesa. Eucaristia vuol dire grazie. Vuol dire vivere di Lui e grazie a Lui. La nostra adorazione, che trae spunto e vigore dalla santa Messa quotidiana (celebrata alle ore 7,00 nei giorni feriali e ore 9,00 in quelli festivi), è vissuta nello specifico della riparazione. La riparazione è riconciliarsi e riconciliare, è un comunicare totalmente se stessi sino all’espropriazione di sé. La monaca riparatrice dovrebbe vivere in questa prospettiva di donazione gratuita di se stessa per gli altri alla luce del sacrificio di Cristo. Per riparare bisogna vivere alla presenza di Dio perché riparazione è presentare a Dio l’umanità sofferente, senza escludere la gioia della vita.

  • Dai pensieri di madre Mectilde de Bar: «Più ci accostiamo al SS. Sacramento, più ci perdiamo in Esso. Nostro Signore ogni giorno nella santa Comunione ci rinnova e ci rinnoverà sempre fino a che non abbia ricostruita interamente la sua immagine in noi».

Celebriamo l’ora di Terza dopo la Messa e alle ore 13 le ore di Sesta e Nona, dopo la recita comunitaria del santo rosario. Il canto del Vespro è alle ore 17,00, mentre Compieta è alle 20,45. Pregare con i salmi è pregare con la memoria storica di un popolo che ha fatto esperienza della rivelazione e della salvezza. Anche Gesù, figlio del suo tempo, ha pregato con queste invocazioni. La salmodia è il fluire cadenzato di una lode, di un ringraziamento, di uno stupore. L’amore di Dio si esprime in preghiera nel cuore del credente e questa preghiera diventa la risposta oblativa al dono della fede. San Benedetto, nella nostra Regola, invita infatti a non anteporre nulla all’amore di Cristo e all’amore per l’Ufficio Divino. La preghiera è come l’aria per i polmoni; è il sangue che scorre nelle vene portando ossigeno e nutrimento a tutte le membra del corpo. Le note dell’armonium, così come le corde della cetra, accompagnano il ritmo di una preghiera che i salmi esprimono come canto e lode armoniosa.

  • Dai Salmi: «Cantate al Signore un canto di grazie, intonate sulla cetra inni al nostro Dio» (146,7). «Voglio cantare, a te voglio inneggiare: svegliati, mio cuore, svegliati arpa e cetra, voglio svegliare l’aurora» (57,9).

La Parola, insieme all’Eucaristia, segna il punto di incontro tra l’assoluto di Dio e la finitezza dell’uomo. Ecco perché particolare attenzione si riserva anche alla lectio divina, all’incontro con il Creatore presente nella Scrittura. È un incontro con la parola letta, interiorizzata, pregata, trasformata in vita. La facciamo personalmente ogni giorno dopo Vespro. Alla Lectio Divina seguono i momenti di formazione permanente curati dalla nostra Madre Priora. L’Abbadessa delle nostre Comunità è la Vergine Maria. A lei è riservato un posto in coro e a refettorio e ogni anno, il 15 agosto, nella solennità dell’Assunzione di Maria al Cielo, le vengono simbolicamente consegnate le chiavi del monastero a significare il pieno affidamento dei bisogni della nostra casa, ma soprattutto della nostra vita e dei nostri cuori. Maria è la donna eucaristica, la perfetta adoratrice, il primo ostensorio. A Lei ci affidiamo e da Lei ci attendiamo quelle grazie spirituali che solo il suo cuore materno sa intuire.

  • Dai pensieri di madre Mectilde de Bar: «Come Gesù ci offre al Padre suo, così Maria ci dona a Gesù… Nessuno può andare a Gesù se la sua Santissima Madre non ve lo conduce».

L’adorazione notturna (con turni in cui le suore di avvicendano dalle ore 21,15 alle ore 5,20), propria del carisma metildiano, è un prezioso momento di intimità con il Signore, dove la preghiera aiuta a conoscersi cosi come si è davanti agli occhi di Dio, con la propria pochezza, le proprie infedeltà e paure, ma anche con tanta voglia di fare, di volere amare, di voler pregare. È il momento migliore per chiedere a Dio di aiutarci ad accettare quello che non si è e ad essere quello che Lui vuole. Ma al Signore, secondo l’impegno della riparazione che le figlie del SS. Sacramento assumono, vanno presentate anche le esigenze del mondo, l’eco delle notizie del telegiornale, le richieste di quanti chiedono il sostegno della preghiera.

Il lavoro, insieme alla preghiera, è caposaldo della regola benedettina; il lavoro è e deve essere trasformato in unione con il Signore Creatore di tutto ciò che è affidato alle mani dell’uomo. Essere operosi equivale ad essere vigilanti perché le lucerne delle anime consacrate siano alimentate dall’olio dell’offerta, dell’impegno, della contemplazione attiva e dell’attività contemplativa. Il nostro lavoro consiste nella manutenzione della casa, tutto ciò che riguarda il culto divino (lavori di sacrestia e confezione delle ostie), lavori di cucito e ricamo per i bisogni della comunità e ciò che riguarda la cucina (con produzione pure di biscotti e marmellate) e la cura delle sorelle inferme. Solo così nel monastero si respira quella pace che è senso profondo di Dio che riempie il cuore, in cui riposa l’intelligenza: è indescrivibile la profondità di questo dono.

  • Dalla Regola di San Benedetto: «Sono veri monaci quando vivono col lavoro delle loro mani, come i nostri padri e gli Apostoli» (cap. 48°).

Anche la consumazione dei pasti diventa condividere un amore familiare tra sorelle che si amano, ecco perché lo stare in refettorio comporta armonia oltre che serena soddisfazione delle esigenze fisiche. Tali momenti vanno soprattutto vissuti con spirito di preghiera, con la stessa riverenza che si ha in coro, perché anche il corpo acquisti serenità così come lo spirito. Una volta riprese le forze si ritorna con più gioia al proprio impegno di lavoro e di adorazione.

La vita monastica è un pellegrinaggio, un cammino in cui sempre nuove mete si profilano all’orizzonte. La consapevolezza di non essere mai arrivati è il necessario punto di partenza per intraprendere questo sentiero della crescita nell’amore e nella fede. La nostra esistenza è un cammino: Gesù ci precede, ci accompagna, ci sostiene.

  • Dal Vangelo: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto» (Gv 14,6-7).

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Lavoro

L’augurio del salmo 127, «vivrai del lavoro delle tue mani, sarai felice e godrai d’ogni bene…», trova certamente eco nell’espressione del capitolo 48° della Regola di San Benedetto «sono veri monaci quando vivono col lavoro delle loro mani». Nello stile benedettino, così come in tutta la grande tradizione monastica,  essere operosi è sentire l’armonia delle cose esistenti, è inserirsi nell’ingranaggio del fare, non assillante, ma orante. Il lavoro salva dall’inerzia e dall’ozio e rende gustoso il pane che si mangia. Si prega e si lavora per essere più vicini al Signore, Creatore di ogni cosa bella sulla terra. Un lavoro “pregato” aiuta a non attaccarci ai beni e a lodare Dio per quello che ci dona di fare. Si lavora per crescere e far crescere, per aiutare i fratelli, per capire e amare di più la vita e gli altri. Gesù per trent’anni ha condiviso il lavoro di san Giuseppe. È Lui che ci insegna un lavoro creativo, utile, mai fine a se stesso bensì ricondotto al Padre.

E poiché «l’ozio è nemico dell’anima» (cap. 48), la Regola concilia lavoro manuale e studio delle cose divine, al fine di rendere il monaco una persona completa, equilibrata, in armonia con se stessa, con gli altri e con il mondo che la circonda.

Si sa, inoltre, come l’ordine benedettino abbia sempre promosso l’accoglienza, favorito la crescita culturale, promosso iniziative a favore anche della società. Ecco perché da sempre attività quali la gestione di scuole, educandati ed altro, si sono sempre armonizzate con l’autentico spirito monastico. Leggiamo nel decreto conciliare Perfectae Caritatis: «Ufficio principale dei monaci è quello di prestare umile e insieme nobile servizio alla divina maestà entro le mura del monastero, sia dedicandosi interamente al culto divino con una vita di nascondimento, sia assumendo qualche legittimo incarico di apostolato o di carità cristiana» (n. 9).

E più recentemente, papa Francesco, nella lettera enciclica Laudato si’ del 2015 scrive al n. 126: «Raccogliamo anche qualcosa della lunga tradizione monastica […]». Codificando con più chiarezza la tradizione precedente, «san Benedetto da Norcia volle che i suoi monaci vivessero in comunità, unendo la preghiera e lo studio con il lavoro manuale. Questa introduzione del lavoro manuale intriso di senso spirituale si rivelò rivoluzionaria. Si imparò a cercare la maturazione e la santificazione nell’intreccio tra il raccoglimento e il lavoro. Tale maniera di vivere il lavoro ci rende più capaci di cura e di rispetto verso l’ambiente, impregna di sana sobrietà la nostra relazione con il mondo».

Il lavoro emerge, all’interno della Regola benedettina, quale stupefacente simbiosi globale e armonica con il monaco stesso e che ha risvolti spirituali e morali che vanno ben oltre la sola attività manuale o intellettuale. Il lavoro non è un qualcosa di accessorio o una frustrante, se non addirittura pesante necessità, ma si carica di una dignità particolare tanto da assurgere a strumento di crescita e di santificazione. Il lavoro manuale non disgiunto o contrapposto allo studio delle cose divine. Ecco perché san Benedetto intreccia sapientemente le ore di lavoro con quelle della preghiera, tenuto conto del fatto che nella tradizione monastica il lavoro è anche preghiera e la preghiera è lavoro.

Anche la lectio divina e lo studio biblico finalizzato a vivere e celebrare meglio la liturgia, sono un lavoro necessario e impegnativo. Nella sua formulazione iniziale, il motto ricavato dalla Regola era precisamente: Ora, lege et labora. Il lavoro manuale e intellettuale, ordinato dall’obbedienza e messo al sicuro dal rischio di eccessi opposti quale il lassismo e l’attività frenetica, è così ritmato, sostenuto e santificato da un equilibrato intreccio con le ore canoniche della preghiera comune, anche qualora si fosse momentaneamente fuori o lontani dal monastero (RB cap. 50)

Preghiera e lavoro sono le due vie per aprirci alla totalità di Dio che, alimentando la nostra pace, ci apre al dono di noi stesse agli altri.

Il lavoro:

  • Ospitalità;
  • Produzione di manufatti: biscotti, marmellate, chiacchierino, icone, pubblicazioni;

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Vita fraterna

L’ideale comunitario è fortemente accentuato nella Regola di san Benedetto, ed è un ideale che propone ed esalta il primato della persona rispettata e amata nella propria dignità umana fatta ad immagine e somiglianza di Dio. In una cultura spersonalizzante come la nostra, lo stile di vita cenobitico dei figli e delle figlie del grande Legislatore del monachesimo occidentale, diventa annuncio e denuncia di valori oggi sempre validi e intramontabili. La comunità è per le persone e per la loro crescita. Non c’è mai una uniformità massificante, la comunità non è un gruppo, ma è l’ambito vitale ordinato al divenire e alla crescita della coscienza della persona. La vita comune, in quanto tale, non è mai fine a se stessa, ma ha per obiettivo le persone, come mezzo l’amore e come fine la comunione con Dio. 

Antropologia e cristocentrismo si legano in un dinamismo liberante, personalizzante e volto alla promozione integrale dell’essere umano. La vita comunitaria diventa così una terapia di liberazione che facendo cadere barriere di ogni sorta avvia un processo di effettiva e autentica conoscenza di sé, perché l’individuo sia se stesso senza paure o frustrazioni. All’interno di questa dinamica la collaborazione, l’organizzazione e la disciplina diventano sussidi eccellenti per vivere la dimensione del sentirsi e dell’essere un corpo solo e così evitare conflitti e tensioni.

La comunità è il luogo della verità, perché qui emergono il nostro vero io e le nostre ferite. Il confronto non va vissuto come una umiliazione dalla quale si esce sconfitti, ma come la scoperta non facile ma liberante della nostra effettiva personalità. Se tutto questo è vissuto nella prospettiva della donazione agli altri, allora anche il misurarsi con la debolezza delle nostre forze precarie diventa una lode alle mirabilia Dei compiute nella nostra vita e in quella della nostra comunità. Solo se ci apriamo a Dio e agli altri la comunità diventa il luogo della liberazione e della crescita. Siamo tutti esseri limitati ma tutti siamo unici e preziosi e dobbiamo reciprocamente guardarci così, con ottimismo e misericordia.

La comune fragilità deve spingerci ad essere sempre più il massimo di quello che possiamo essere e lottare perché anche gli altri, nella misura che è loro propria, si sentano motivati nel dare il meglio di sé. C’è una speranza che anima i nostri rapporti fraterni ed è la certezza che tutti possiamo progredire verso una libertà più grande. San Benedetto, nel Prologo della sua Regola, parla di una difficoltà degli inizi, superata la quale, avanzando nelle virtù monastiche, si corre con animo dilatano nella via dei divini precetti.

L’amore è il cemento che permette alla varie pietre di costruire le mura portanti di una casa che diventa bene comune di tutti, tutelata e accudita come il centro delle sicurezze e della serenità. Amare gli altri e riconoscere loro la funzione indispensabile di essere pietra viva del grande edificio della Chiesa, della comunità, della famiglia, è riconoscere le potenzialità e i doni di cui l’altro è depositario e fare di tutto perché questi doni siano messi a frutto e orientati per il sempre maggior bene della comunità. Come ha detto san Giovanni Paolo II «la persona è la prima via e la via fondamentale della Chiesa». Ogni persona che nella comunità cresce in amore e in saggezza, fa crescere tutta la comunità. Iniziare a crescere è iniziare ad accettare le proprie debolezze. Importante è trovare il proprio ruolo all’interno della comunità e viverlo nella prospettiva del servizio umile e gioioso che diventa scuola  di carità e costruzione di una comunione profonda e partecipata.

Nel capitolo 72° sullo zelo buono che devono avere i monaci, c’è una sintesi meravigliosa di tutta la Regola: qui si può dire è tracciato l’inno benedettino alla carità, «è dunque in questo zelo che i monaci devono esercitarsi con ardentissimo amore», perché nella carità reciproca animata dalla scelta primaria del bene dell’altro, è posto il fondamento di qualunque tipo di convivenza umana e cristiana. Il segreto è non anteporre nulla all’amore di Cristo, amore che esige l’amore ai fratelli, il quale Cristo e il quale amore  ci conducano tutti alla vita eterna.

Ci sono altri momenti di vita fraterna che uniscono e consolidano i nostri cuori come in famiglia. Sono anch’essi importanti. Il lavoro, pur svolto in un clima di silenzio, è occasione per vivere in fraternità aiutandoci le une le altre, così come alcuni momenti ricreativi, alla sera soprattutto quando, dopo cena, per un’oretta circa, ci ritroviamo a vivere insieme quella necessaria distensione che contribuisce pure ad edificare la comunità.

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san benedetto vita nel monastero - vita fraterna

Accoglienza

La Regola di san Benedetto inizia con l’esortazione «Ascolta» (Prologo, 1); è l’eco dello shemà ebraico, dell’invito a fare della nostra vita di fede una continua memoria, un ascolto perenne della Parola di Dio per accogliere, quotidianamente, il divino volere che ci apre alla carità. L’ascolto diviene vitale nel cammino spirituale perché apre alla dimensione dell’Assoluto che parla nel silenzio del cuore. Imitando Gesù Cristo siamo pertanto abilitati a quella missione di comunione che si fa accoglienza sensibile e delicata degli altri. Come anche sottolineato da Benedetto XVI all’udienza generale del 9 aprile 2008, «il monaco deve essere un uomo che sa ascoltare e sa imparare da quanto ascolta […]. La preghiera è in primo luogo un atto di ascolto (RB Prol., 45) che deve tradursi nell’azione concreta. “Il Signore attende che noi rispondiamo ogni giorno coi fatti ai suoi insegnamenti” (RB Prol., 35)».

Anche nel nostro monastero si è sollecitate ad accogliere il nostro prossimo bisognoso di un ascolto attento, rispettoso, solidale. «La contemplazione, lungi dall’allontanare le contemplative dall’umanità, in particolare dall’umanità che soffre, le renderà esperte nell’ascolto, “che è più che sentire”, e nella “spiritualità della ospitalità”, accogliendo nel loro cuore e portando nella loro preghiera “quanto riguarda l’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio”»[1]. Sono tanti quelli che bussano alla porta (o telefonano o scrivono) e chiedono di poter incontrare qualcuna di noi per poter parlare, per essere ascoltati. Ci dicono: “Fuori nessuno ci ascolta, nessuno ha tempo”, e così si può sperimentare la solitudine anche nel tumulto della folla, ci si può sentire smarriti anche in mezzo alla gente.

Oggi più che mai, sperimentiamo che le comunità monastiche sono chiamate ad esercitare l’apostolato dell’ascolto. Con questo non asseriamo di averne la prerogativa o di esserne professioniste, basti pensare ai confessori e ai direttori spirituali. Siamo consapevoli, tuttavia, che questa urgenza riguarda anche noi. Nei nostri parlatori assistiamo quotidianamente al miracolo di animi che si rasserenano, che si placano, che accettano finalmente la propria croce. Persone che celano dietro un volto all’apparenza tranquillo storie di grande sofferenza, problemi enormi, paure inconfessabili. Non possiamo dar loro altro che il nostro essere sorelle e amiche, ascoltiamo, sorridiamo, sfioriamo la loro mano tesa, preghiamo insieme. Finito il colloquio, ecco che l’altro varca nuovamente la porta del monastero per far ritorno alla difficile quotidianità; non si è risolto nulla: la mancanza di lavoro, la grave malattia, la divisione in famiglia, le cicatrici di violenze subite rimangono, eppure quanta pace ormai in quel cuore, quanta luce in quella esistenza! È la missione dell’ascolto, dell’accoglienza.

Quando il Signore chiama ad una vita di speciale consacrazione conduce progressivamente al dono totale di sé e all’unione con Lui. E nell’essere tutte per Dio siamo chiamate ad essere tutte per gli altri, per quelli che Lui ci affida. Ecco perché ogni persona che ci incontra si sente custodita, amata, rispettata come dono prezioso, oggetto di un affetto spirituale totalizzante, rassicurante. Se ne parte poi da noi più serena perché è stata aiutata a ritrovare la propria bellezza interiore, il proprio ruolo autentico. Questo è vedere l’altro con gli occhi di Dio. È l’invito di papa Benedetto all’Angelus del 4 novembre 2012: «Impariamo a guardare l’altro non solamente con i nostri occhi, ma con lo sguardo di Dio, che è lo sguardo di Gesù Cristo. Uno sguardo che parte dal cuore e non si ferma alla superficie, ma va al di là delle apparenze e riesce a cogliere le attese profonde dell’altro: attese di essere ascoltato, di un’attenzione gratuita; in una parola: di amore».

Si tratta «di ascoltare innanzitutto la “presenza” dell’altro, prima ancora delle sue parole, e cercare di percepire qual è il suo bisogno […]. Ascoltare non è mai un atteggiamento passivo: l’ascolto è attenzione e volontà di una presenza che accoglie. Ascoltare è far tacere se stessi per dare peso, fiducia alla parola dell’altro. L’altro non lo si ascolta mai invano, ma occorre lasciarsi incontrare da lui: ascoltare è ospitare l’altro dentro di noi»[2]. Basta tendere l’orecchio del cuore, così come mette in risalto san Benedetto e, quindi, come già il re Salomone, dobbiamo sentire sempre l’urgenza di chiedere al Signore «un cuore pieno di discernimento» (1 Re 3,9), un cuore docile, un cuore che ascolta.

Nella sfaccettata modalità dell’accoglienza c’è anche quella legata all’attrattiva offerta dalla nostra bella chiesa barocca. Diverse sono le motivazioni che spingono numerosi visitatori ad entrare in essa: spesso è la curiosità, il più delle volte l’interesse artistico e in misura minore, ma in modo costante e motivato, il bisogno di raccogliersi in preghiera, avvolti dal silenzio e dalla pace che vi si trovano. A tutti, comunque, viene fatta una consegna: quella presenza di Dio che la bellezza dell’arte, l’armonia delle forme, gli equilibri architettonici e pittorici sembrano esaltare potentemente. Turisti, gruppi ecclesiali, scolaresche, passanti, intenditori d’arte, persone che partecipano alla celebrazione eucaristica o altri momenti liturgici, varcano nuovamente la porta d’ingresso per uscirne portando con sé qualcosa in più rispetto a quando vi erano entrati, non fosse altro che lo stupore e l’ammirazione uniti ad una intima gioia che, spesso, non sanno spiegarsi. A tutti è fatto dono silenzioso di una nostalgia inquieta e pacata allo stesso tempo, più o meno consapevole: il desiderio di essere più belli dentro, nel cuore, radiosi e luminosi come questo tempio che, al di là del pregio monumentale, è una testimonianza eloquente di come l’arte conduce a Dio.


[1] J. R. Carballo, Vultum Dei quaerere, per crescere nella fedeltà creativa e responsabile, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2017, 8.
[2] E. Bianchi, La differenza cristiana, Giulio Einaudi Editore, Torino 2009, 98. 100.

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